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La Scimmia di Loys

Inserito il 12 agosto 2005 da Roswell in Misteri

La Scimmia di LoysIl pugno di uomini che nel 1920 raggiunse stremato le rive del fiume Tarra, affluente del Rio Catatumbo, era tutto ciò che restava dell’imponente spedizione petrolifera che tre anni prima era partita verso la Sierra de Perijeé, la catena montuosa coperta da inestricabile foresta vergine che si trova ai confini tra Colombia e Venezuela. A capo di essa vi era il geologo svizzero Francois de Loys, che aveva accettato l’incarico dalla compagnia olandese “Colon Development”, ed il cui scopo principale era quello di realizzare il prospetto geologico del bacino del Rio Tarra, per contribuire al promettente programma di produzione petrolifera locale iniziato l’anno precedente. L’impresa non fu però delle più agevoli: la zona da esplorare si rivelò estremamente inaccessibile, calda, umida, insalubre ed inospitale.
Ai numerosi ostacoli naturali si aggiunse poi la pericolosa presenza degl’Indios Motilones, che assieme alle malattie decimarono ad uno ad uno i membri della spedizione. Per l’esausto gruppo di superstiti le sorprese però non erano ancora destinate a finire, infatti, a pochi metri dalla riva del Rio Tarra, Loys ed il suo seguito s’imbatterono in due grosse scimmie prive di coda che avanzavano minacciosamente verso di loro camminando in posizione eretta. Visibilmente irritate, si spostavano urlando e brandendo dei rami a mo’ di armi, giunte all’apice della furia defecarono nelle proprie mani utilizzando gli escrementi come proiettili che lanciarono contro i membri del gruppo.

Un esemplare, la femmina, fu abbattuto dai fucili mentre il maschio dandosi alla fuga riuscì a fuggire indenne. Il cadavere fu raccolto, disposto seduto su di una cassa da imballaggio per fusti di petrolio, sorretto da un bastone postogli sotto il mento e quindi fotografato. L’immagine, molto nitida e di ottima qualità è giunta sino a noi, ma dopo più di ottant’anni non ha ancora smesso di destare dibattiti e polemiche.

Scimmia di Loys

Le perplessità sorte sull’identità della “scimmia di Loys”, non sono dovute tanto alla natura dell’animale, una scimmia in un territorio in cui se ne contano non meno di cento specie diverse, quanto alle sue, presunte, straordinarie caratteristiche. Prima di approfondire tale argomento, risulterà però utile un piccolo preambolo di zoologia che possa permettere di comprendere appieno l’importanza, se questa dovesse essere autentica, della fotografia scattata da Loys.

Molto sinteticamente, l’Ordine delle scimmie si suddivide in due Sottordini: le catarrine e le platirrine. Le prime appartengono tutte al vecchio Continente, mentre le seconde sono tipiche esclusivamente dell’America centrale e meridionale. La famiglia più numerosa è quella dei cebidi, caratterizzata da 36 denti, pollice ridotto e talvolta assente, unghie piatte e lunga coda ben sviluppata, talvolta prensile. L’animale descritto e fotografato da Loys, pare invece fuggire a questa catalogazione, presentando caratteristiche tipiche delle antropomorfe, (andatura eretta, assenza di coda, 32 denti) le quali però non sono presenti nel continente sudamericano, ma solo in Asia ed in Africa.
A dire il vero, leggende riguardanti grandi scimmie, simili agli scimpanzé ed ai gorilla, sono presenti in America meridionale sin dai tempi più lontani, spesso giungendo da posti remoti nei quali tali racconti non potevano essere stati introdotti dagli europei.

Tra i Caribi della Guyana, è diffusa la credenza nei “kanaima”, fantastica popolazione di esseri demoniaci che vagano per i boschi armati di clave, ed assalgono coloro che capitano a tiro, spezzando loro le ossa. In Colombia questi esseri sono chiamati “didi” e vengono descritti come uomini selvaggi che abitano le foreste, metà uomini e metà scimmie, dotati di enorme forza e completamente coperti di pelo, così come anche i “vastiri” del Brasile e del Venezuela. Naturalmente, è molto probabile che tali racconti non siano necessariamente legati alla reale presenza di scimmie antropomorfe, quanto piuttosto ad immagini puramente mitologiche. Non mancano tuttavia citazioni più interessanti, anche se non particolarmente indicative, come ad esempio, quella riportata nel 1769 dal libro “Natural History of Guiana” del Dr. Edward Bancroft che mentre si trovava nel cuore della Guiana, riferì della presenza di una sorta di “orang-utan”. D’altro canto la presenza di grandi primati in Sud America risulta alquanto improbabile, se non altro per motivi di ordine geologico.

Attualmente sappiamo per certo che un tempo l’America del sud era unita all’Africa, dalla quale si distaccò in seguito al fenomeno della deriva dei continenti. Questa separazione, avvenuta all’inizio del Cretaceo, (il periodo precedente al terziario) precedette quindi la fase di evoluzione verso i grandi mammiferi. Per questo motivo le forme di vita del Sud America si trovarono separate dalla corrente evolutiva principale che caratterizzò l’Africa e che portò allo sviluppo dei grandi quadrupedi così come li conosciamo. E’ quindi più sensato ipotizzare l’esistenza di forme di vita equiparabili, anche se totalmente diverse, alle forme africane, frutto del fenomeno noto come “evoluzione parallela”, per il quale gruppi tassonomici che derivano dallo stesso progenitore sono caratterizzati, in tempi e luoghi diversi, dai cambiamenti evolutivi di alcuni caratteri nella stessa direzione come risposte alle stesse opportunità adattative.

Cosa poteva essere dunque, la grande scimmia immortalata da de Loys? “Ad una prima occhiata dell’unica fotografia di cui disponiamo, la mente fa irresistibilmente pensare ad un atele o scimmia ragno, con un’insolita espressione umana sul volto”. (cit. Heuelmans)

L’atele, detto anche scimmia ragno a causa della sproporzionata lunghezza degli arti, possiede una testa piccola e faccia priva di barba. Il pelame, piuttosto ruvido e lungo sulle spalle, è più scuro sul dorso, il colore predominante è il nero.Gli ateli sono le platirrine più agili, possono infatti “volare” di albero in albero con balzi di oltre dieci metri; mentre si arrampicano si tengono strette ai rami contemporaneamente con mani, piedi e coda, usando per aggrapparsi, gli uni o gli altri indifferentemente. Quando non hanno fretta corrono a quattro zampe. Come tutti gli altri cebidi, talvolta si muovono o si fermano anche sulle sole zampe posteriori, soprattutto quando si guardano intorno. Nel far questo, quando è possibile, preferiscono però tenersi aggrappati ai rami con la coda; sul terreno scendono molto di rado. Lo zoologo americano Clarence Ray Carpenter, che studiò attentamente il comportamento dell’atele di Panama (Ateles geoffroyi) nella foresta tropicale, venne assalito, talvolta, dai componenti di un gruppo: le scimmie scoprivano l’intruso, emettevano un grido rauco, scendendo spesso dalla cima sui rami più bassi dell’albero. Le loro grida si ripetevano con tanta maggiore frequenza quando più essi si avvicinavano all’intruso. Qualche volta i maschi più forti e forse anche alcune femmine scuotevano i rami con brontolii minacciosi. Carpenter racconta che più volte gli animali si avvicinavano fino a 12, 13 metri da lui, afferrando con mani, piedi o coda rami o pezzi di legno secco e lanciandoglieli, nel frattempo le scimmie si grattavano irosamente il pelo con le unghie delle mani e dei piedi.

Se la scimmia di Loys era davvero un atele, come molte caratteristiche suggeriscono, (come ad esempio l’abitudine di lanciare i propri escrementi verso i nemici), rimane comunque da chiarire come in un momento così critico dell’esplorazione, la spedizione possa essersi presa la briga di fotografare un animale così comune in Sud America, a meno che la scimmia in questione fosse molto più grande e massiccia di qualsiasi altro atele avvistato precedentemente, oppure possedesse caratteristiche al di fuori del comune.

La possibile assenza di coda, testimoniata da Loys, non è però accertabile esaminando la fotografia, che ritraendo l’animale frontalmente, occulta questo particolare e d’altro canto è anche difficile stabilire se la scimmia fosse realmente più grossa di un atele comune. Secondo Heuvelmans, il torace della scimmia di Loys sembra compresso in direzione dorso-ventrale, come quello delle antropomorfe, come si può notare dalla larghezza delle spalle ed è più lungo di quello di un atele. Rimane però da stabilirne la taglia: gli ateli più grandi non superano i 110 cm quando stanno in piedi sulle zampe posteriori, mentre secondo Loys, che ne fece la misurazione, il cadavere della foto era alto invece 157 cm.

Nel 1929, il Professor Montandon, il più eminente zoologo francese, tenne una conferenza all’Accademia delle Scienze di Parigi, che aveva per argomento “La scimmia con caratteristiche antropoidi.” “In accordo con M. Cintract, un fotografo da me consultato, giudicando il numero delle assi della cassa, questa doveva essere alta all’incirca 50 cm e l’altezza dell’animale aggirarsi dai 150 ai 160 cm. D’altro canto, la misura standard di una cassa da imballaggio per fusti di petrolio è di 45 cm e ciò indicherebbe che l’animale era alto almeno 150 cm.” Questo confermerebbe l’accuratezza delle misurazioni eseguite da Loys e nel 1929 Montandon pubblicò una minuziosa descrizione dell’animale, da lui battezzato “Ameranthropoides loysi”.

La descrizione di Motandon non forniva però una soluzione del problema, poiché l’eminente naturalista Sir Arthur Keith, suo acerrimo rivale d’oltremanica, era convinto si trattasse semplicemente di una varietà di atele, e che la coda fosse stata occultata di proposito nella fotografia, implicando l’ipotesi di una frode. Anche il mammologo americano Philip Hershkovitz, che durante la Guerra si trovava nell’area esplorata da Loys senza trovare traccia dell’amerantropoide, abbracciò la stessa conclusione. Se da un lato Montandon non riusciva a dimostrare che l’animale ucciso da Loys era davvero una scimmia antropomorfa sudamericana, dall’altro nemmeno le ipotesi di Keith ed Hershkovitz, benché forse più credibili, potevano gettare acqua su di un fuoco destinato a rimanere accesso per molti anni a seguire.

Nel 1991 giunse un’inaspettata ed interessante informazione da una spedizione americana, che scoprì che gli abitanti del sud del Venezuela riconoscevano nella foto della scimmia di Loys il “momo grande” (grande scimmia), un atele di 150 cm ancora sconosciuto alla scienza. (Miller e Miller 1991) La presenza di un atele di taglia maggiore di tutte le specie sinora conosciute non sarebbe un’evenienza così improbabile, sappiamo infatti con certezza che un simile animale è realmente vissuto in America meridionale, e come spesso accade in questi casi, le prove concrete della sua esistenza giungono dal passato, tramite la scoperta di interessanti reperti fossili.

I primi resti della scimmia denominata Protopithecus brasiliensis, letteralmente “scimmia primitiva del Brasile”, parte di un femore e di un omero, furono scoperti dal naturalista danese Peter W. Lund nel 1836, ma questo ritrovamento fu totalmente ignorato passando inosservato per più di 150 anni. Nel 1992, il paleontologo americano Walter Hartwing della Gorge Washingtojn University, e il brasiliano Castor Cartelle dell’università del Minas Gerais, ne scoprirono uno scheletro completo in una caverna presso Campo Formosa, Brasile.

L’esame dei fossili ha permesso di stabilire che questo animale doveva essere una specie di grande scimmia lanosa o scimmia ragno estintasi circa 10.000 anni fa, probabilmente a causa di mutazioni climatiche e ambientali o della caccia praticata dagli antenati degli indios attuali. (Hartwig e Cartelle, 1996; Cartelle e Hartwig, 1996). I resti indicano un animale pesante circa 25 chilogrammi, vale a dire quasi il doppio del più grande atele conosciuto in Sud America. Si è potuto quindi stabilire che queste scimmie erano più grandi dei loro discendenti, certamente dei giganti fra le scimmie del Nuovo Mondo, pur non essendo antropomorfe e non avendo nulla a che fare con i gorilla o gli scimpanzé.

Nel 1999 un biologo e un geologo venezuelani, Angel L. Vigoria e Franco Urbani, realizzarono un lungo articolo riguardante l’amerantropoide per una rivista scientifica svizzera: “Bulletin de la Société Vaudoise des Sciences Naturelles.”, nel quale l’interesse verso la bibliografia di de Loys pare prendere nettamente il sopravvento sulle prove zoologiche effettive, per quel che concerne le loro conclusioni personali:
“E’ appurato che François de Loys è stato un uomo di scienza serio e responsabile, ottimista e rispettoso, e caratterizzato da un intrepido spirito d’avventura. Sembra improbabile che un simile scienziato possa avere architettato la truffa dell’amerantropoide solo per la fama. […] Ci sono motivi sufficienti per potere affermare che de Loys non era un bugiardo, soprattutto un documento irrefutabile, una fotografia originale scattata in un’epoca in cui i trucchi fotografici e la manipolazione delle immagini non esistevano affatto.” (Viloria et al. 1999)

Si potrebbe senza dubbio contestare, come Raynal ha fatto notare, che i trucchi fotografici esistono sin da Méliès, pionere del cinema francese (1861-1938) e che gli autori non considerano il fatto che nulla avrebbe impedito a de Loys di scattare una fotografia facendo in modo che l’oggetto raffigurato potesse sembrare più grande di quanto non fosse in realtà.

Inoltre, qualificare la fotografia come documento irrefutabile è quantomeno azzardato, anche perché l’assenza di punti di riferimento indipendenti non permette di stabilire l’effettiva grandezza della creatura: perché nessuna persona si è sistemata accanto alla scimmia durante la fotografia per confermarne l’altezza di 157 cm?
Infine, perché François de Loys non menziona un fatto così spettacolare nei suoi libri sulla spedizione in Venezuela, ed attese il 1929 (quasi 10 anni dopo) per rivelare una notizia così stupefacente?

Nel 1998, Pierre Centlivres e Isabelle Girod pubblicarono un articolo sull’amerantropoide, per la rivista di etnologia “Gradhiva”, suggerendo trattarsi di un trucco ideato da George Montandon, dovuto ai suoi pregiudizi razziali sull’origine dell’uomo: riferendosi per caso alla foto della scimmia e ripercorrendo i documenti ammassati da Loys sugli Indios Motilones, Montandon vide in quella foto “l’anello mancante” tra le scimmie sudamericane e gli Indios, per confermare le sue deliranti teorie ologenetiche, di conseguenza avrebbe avuto più di un motivo per dimostrare l’esistenza di un primate sud americano. (Centlivres et Girod 1998).
A questa ipotesi erano giunti (indipendentemente da Centlivres e Girod), anche i criptozoologi Loren Coleman e Michel Raynal (1996, 1997).

In sintesi, alla luce attuale dei fatti, l’ipotesi più comune è che l’animale immortalato nella fotografia di Loys possa essere in realtà un comune atele e che Montandon sia stato il mandante del complotto. Anche la remota, ma improbabile possibilità che la spedizione possa realmente avere abbattuto un atele appartenente ad una specie sconosciuta, forse un esemplare vivente del Protophitecus brasiliensis, che in seguito Montandon, esaminando la foto, avrebbe sfruttato per dimostrare la validità delle sue teorie, “trasformandolo” in una scimmia antropomorfa, perde di credibilità alla luce del fatto che numerosi mammologi e primatologi hanno dimostrato che l’esemplare abbattuto non sembra essere altro che un comune Ateles belzebuth (Coleman & Raynal 1996).

Come se non bastasse, la rivista “Interciencia” del luglio – agosto 1999, pubblicò una lettera molto interessante, risalente al 1962 ed indirizzata al direttore della rivista Diario El Universal, che sembra proprio mettere la parola fine a questa tortuosa e grottesca vicenda:

Enrique Tejera (1962): [Lettera a Guillermo José Schael]. Diario El Universal, Caracas. 19 luglio.

[…]Tale scimmia è un mito. Gli racconterò la sua storia.[…]
Il signore Montandon ha detto che la scimmia non ha coda. Questo è certo, ma ha dimenticato di dire qualcosa, cioé che non l’ha perché gliela tagliarono. Posso assicurarlo signori, perché fu davanti a me che l’amputarono.

Chi parla in questo momento lavorava nel 1917 in un campo di esplorazione di un’industria petrolifera nella regione di Perijá. Il geologo era il signore François De Loys, l’ingegnere il Dr. Martín Tovar Lange. De Loys era un burlone e molte volte ridevamo dei suoi scherzetti. Un giorno gli regalarono una scimmia che aveva la coda malata: le fu amputata. Da quel momento De Loys lo chiamava “el hombre mono” ( l’uomo scimmia).

Tempo dopo io e Loys ci trovavamo in un’altra regione del Venezuela: nella zona chiamata Mene Grande. Camminava sempre a fianco della sua scimmietta, che però morì di li a poco. De Loys decise di farle una fotografia, e credo che il signor Montandon non lo negherà, è la stessa fotografia che egli ha presentato oggi (Tejera si riferisce alla conferenza “La scimmia con caratteristiche antropoidi.”, tenutasi presso l’Accademia delle Scienze di Parigi, alla quale era presente). […] Più recentemente in un viaggio a Parigi, il mio stupore fu grande visitando il Museo dell’Uomo. In cima ad una scala monumentale, riempendo la parete di fondo, stava un’immensa fotografia e sotto la didascalia: “La prima scimmia antropoide incontrata in America”. Èra la fotografia di De Loys, ma magnificamente ritoccata. Non si vedeva più la pianta presente nello sfondo né si capiva su che scatola era seduta la scimmia. Il trucco è fatto talmente bene che tra alcuni anni la scimmia in questione sarà alta più di due metri. […] Per finire devo avvisarla: Montandon non era una brava persona. Dopo la guerra fu fucilato perché tradì la Francia, la sua patria.

Cordialmente,

il suo amico Enrique Tejera.

1) Ologènesi: Teoria evolutiva formulata dal Rosa, secondo la quale alla base dell’evoluzione sarebbe da porsi la possibilità che compaiano linee filetiche provenienti da una determinata specie; questa si evolverebbe per un dato tempo, seguendo una stabilita direzione e non subendo influssi da fattori esterni. Ad un dato momento, gli individui appartenenti alla specie divergerebbero, per così dire, dicotomicamente, dando vita a due specie diverse. Ciascuna di esse sarebbe una nuova linea filetica.

[ via CriptoZoo ]

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1 commento per quento post

17 aprile 2011 | 19:35 | nichy

é proprio molto interessante e da moltissime informazioni sulle scimmie dell' Africa

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